Nuove strategie per lo sviluppo economico

Gli effetti della finanza globalizzata stanno evidenziando una trasformazione strutturale dell’economia reale mondiale capace non solo di modificare sostanzialmente i flussi commerciali, ma la stessa capacita’ di generare stimoli al lavoro e la distribuzione del reddito tra gerarchie sociali. La rivendicazione di un ruolo da protagonista dei Paesi emergenti – primi tra i quali Cina, India, Russia, Brasile – ha l’ambizione di conseguire un’aggiustamento degli equilibri economici mondiali per un piu’ equo godimento ed utilizzazione delle risorse mondiali. La spinta verso questo ammorbidimento delle differenze e’ segnata dalla forte accellerazione della crescita in alcune aree e dalla corrispondente sofferta espansione in altre. Come si inserisce l’Italia in queste dinamiche?
La crescita delle economie emergenti non puo’ essere vista solo come una minaccia ma piuttosto come un’opportunita’; ad essa corrisponde infatti il naturale sviluppo di nuovi mercati di consumo, e lo sforzo per la loro conquista e’ destinato a sollecitare nuovi investimenti per le nostre imprese, innescando cosi’ un circolo virtuoso.
A livello politico, le strategie di politica economica dovranno da un lato, puntare a valorizzare ulteriormente le caratteristiche del nostro sistema produttivo, in quanto la qualita’ e l’eccellenza del Made in Italy rappresentano una nostra specificita’ ineguagliabile. E dall’altro lato, si dovranno concentrare sulla correzione degli ostacoli strutturali che attualmente impediscono una presenza rilevante nei mercati delle aree emergenti e che limitano la competitivita’ nei mercati gia’ consolidati.
La prima esigenza richiede un serio impegno nell’educazione e formazione continua, a prescindere dal corrente impiego nel mercato del lavoro. Una complementarieta’ al lavoro che consente una flessibilita’ sostenibile soprattutto in periodi di crisi di settore ma soprattutto il recupero di risorse umane non utilizzate. L’attuale forma di cassa integrazione diventa cosi’ uno strumento obsoleto e perfino dannoso in termini relativi, perche’ sebbene attutisca temporaneamente l’impatto con la drammatica realta’ della disoccupazione, e’ comunque una spesa che allunga gli effetti distorsivi che l’hanno causata invece che una spesa destinata a contribuire alla loro correzione.
Per il secondo aspetto, dobbiamo renderci conto che la tradizionale struttura dell’economia italiana, cosi’ com’e’ costituita in prevalenza da Piccole e Medie Imprese, appare oggi avere un valore piu’ romantico che di efficacia. La mancanza di un’organizzazione superiore di coordinamento della produzione e la scarsa disponibilita’ del credito facilmente accessibile inficiano la capacita’ di penetrazione ed insediamento nei mercati internazionali e ne pregiudicano la stessa presenza competitiva nel lungo periodo.
Occorrono percio’ strategie di intervento politico che per risultare adeguate alla nuova congiuntura internazionale devono innanzitutto assicurare favorevoli condizioni contestuali interne. Quali?
Per cominciare, sarebbe positiva la costituzione di un network delle PMI, guidato da un’organo che fornisca informazioni relative all’andamento dei mercati delle aree piu’ dinamiche e alla segnalazione di opportunita’ delle attivita’ a piu’ elevato contenuto di innovazione tecnologica. Organo che nel contempo agisca da filtro alle esigenze degli operatori economici e conduca un’azione propositiva in merito ad un intervento del Governo per negoziare e concludere accordi internazionali a sostegno di slanci spontanei verso l’estero. La sollecitazione alla riqualificazione industriale delle PMI promuoverebbe allo stesso tempo la loro specializzazione.
Questa grande sfida non puo’ compiersi senza uno strumento finanziario originale e dedicato. Non possiamo non prendere atto che gli interessi del sistema bancario assumono una posizione dominante che si traduce troppo spesso in una forma di attrito conflittuale con il bisogno di liquidita’ del mondo dell’imprenditoria. Al punto tale in cui a questa restrizione cautelativa spesso consegue purtroppo uno strozzinaggio vero e proprio da parte delle organizzazioni criminali di usurai. Ed e’ un danno sociale di dimensioni incalcolabili. Immaginiamo allora che il fondo antiusura venga trasformato in una vera e propria Istituzione finanziaria unicamente dedicata a relazionare il risparmio privato con il finanziamento delle PMI e che garantisca entrambe le categorie di attori sociali: piccoli e medi imprenditori e risparmiatori.
Questa iniziativa stimolerebbe immediatamente la fiducia nella rinascita di un sano sviluppo economico, e puo’ innescare un processo di solidarieta’ consapevole qualora si dedicasse una parte delle risorse finanziarie ad un pool unico e una parte a scelte individuali di investimento specifiche. In questi tempi di crisi globale, dobbiamo particolarmente valorizzare e tutelare quella virtu’ tipicamente italiana della propensione al risparmio. Essa ci ha infatti consentito di schivare prima facie il forte rischio di recessione che l’accumulo dell’indebitamento privato sta perpetrando, ad esempio, sull’economia reale di alcuni Paesi europei, i cosiddetti PIGS: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Se e’ vero che tutta l’area euro risente della loro vulnerabilita’ agli attacchi speculativi dei mercati finanziari e le autorita’ monetarie europee sono quindi obbligate ad intervenire, e’ altresi’ vero che cio’ comportera’ un costo equivalente in termini di cessione di porzioni sostanziali di sovranita’ nella gestione dell’economia reale: sia a livello istituzionale con un controllo politico a europeo sia a livello privato con il trasferimento del controllo diretto su numerose imprese da parte di altre imprese europee dei Paesi ad economia piu’ forte.
Per quanto riguarda piu’ strettamente l’Italia, dobbiamo ammettere di non essere immuni dallo stesso pericolo, ma per cause diverse. La nostra bestia nera si chiama debito pubblico e condiziona tutta la societa’, trattenendola ad un livello mediocre di qualita’ di vita. Per provvedere al suo sostentamento, si corrode la piena capacita’ di offrire servizi ed infrastrutture e peggio ancora, si pregiudica alla radice la funzione generatrice di reddito delle forze produttive, oltre ad esporci a condizionamenti esogeni che manifestano il loro effetto nocivo nel basso potere di acquisto della popolazione in generale.
In questa fase di trasformazione globale e’ infine auspicabile che l’Italia offra proposte valide e concrete per riformare l’attuale sistema istituzionale di interazione nell’ambito della cooperazione economica internazionale. Tali proposte devono tener conto della rapida evoluzione dei nuovi equilibri geo-politici per poter costruire una governance globale che sia in grado di gestire i grandi cambiamenti sistemici. Per conseguire questo ambizioso quanto necessario obiettivo, occorre infatti aprirsi alle ragioni dei nuovi protagonisti del nuovo sistema internazionale, per comprenderne l’approccio e le aspettative, e vincerne la diffidenza. Diventa cosi’ estremamente importante investire nel fattore umano gia’ disponibile nel nostro territorio grazie ai flussi migratori. Questo ‘patrimonio socio culturale’ puo’ collaborare attivamente alla definizione di un’armonica politica di integrazione che ci sia di lume sulla strada della conquista di una posizione rilevante, non solo in relazione ai futuri assetti economici, ma soprattutto nell’assumere la responsabilita’ di mirare a conseguire il benessere generale mondiale.
Federica Polegri

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