Il made in Italy cinese

La testa di ponte cinese installata alle porte di Firenze e’ il punto di ingresso preferito dell’immigrazione asiatica destinata alla manifattura dell’abbigliamento “made in Italy cinese”. Con la classe media italiana che affronta la crisi economica andando per mercatini, il settore della moda sta subendo contraccolpi strutturali che interessano un’industria che e’ da sempre una delle eccellenze per le quali l’Italia e’ conosciuta nel mondo.
 Lo scenario e’ inquietante perche’ si tratta di 800 mila persone impiegate nel settore e 30 mila aziende coinvolte nella distribuzione, per le quali il Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, Mario Boselli, ha chiesto a gran voce misure di sostegno, come ricevono altri settori in difficoltà’.

Ma siamo sicuri che una volta rinunciato alla sovranita’ monetaria, che ci consentiva di agire sulla competitivita’ delle nostre merci  rendendole piu’ convenienti internazionalmente svalutando la lira,  l’unica strada alternativa fosse il sostegno finanziario alla produzione? Il problema e’ strutturale, in uno scenario generale usare denaro pubblico per i ‘salvataggi’ significa aumentare la pressione fiscale e quindi abbassare ulteriormente il potere di acquisto delle famiglie italiane e la capacita’ di investimento delle imprese.  L’avvitamento negativo alla lunga diventerebbe un pozzo buio e profondo dal quale sarebbe sempre piu’ difficile uscire. In Italia non c’e’ crescita da piu’ di un decennio, non ci vuole molto a capire che c’e’ qualcosa che non va nelle scelte di politica economica e finanziaria.

Da ultimo, la tendenza a spingere per un aumento della “produttivita’ Paese”. In un mondo globalizzato, ogni Stato nazione diventa un’unita’ produttiva classificabile in base all’affidabilita’ delle condizioni che  assicurano il profitto. E una delle strategie attualmente piu’ gettonate e’ quella di intervenire sulla forza lavoro, passando per un’inasprimento delle garanzie sociali, con un progressivo smantellamento del sistema di welfare, e un’intensa sollecitazione all’aumento della produttivita’. Si direbbe per avvicinarsi al modello cinese.

E’ sufficiente andare a Prato per vedere in cosa consista. Si ritiene che per i 30 mila operai cinesi presenti a Prato con permesso di soggiorno ve ne siano altrettanti immigrati clandestinamente. Sono disseminati in una vasta area, in una rete discreta ma molto ben organizzata. Una corrispondente del Chicago Tribune tempo fa e’ riuscita ad infiltrarsi in quel mondo  dove i ‘bianchi’ non accedono piu’, a meno che non si tratti di polizia che effettua controlli. Nei magazzini si tagliano i tessuti, gli operai prendono al volo i pezzi tagliati e corrono alle macchine, i cui autisti tengono sempre in moto, che li consegnano alle sarte disseminate nei dintorni, al ritorno portano i capi gia’ confezionati. La parola d’ordine e’ produrre il piu’ possible il piu’ in fretta possible. E sul nostro  stesso territorio. Come sostiene Mario Boselli, Presidente della Camera Nazionale di Moda Italiana, intervistato alla recente Fashion Week di Milano, le forniture molto consistenti sono ormai completamente nelle mani del continente asiatico, ma alle grandi quantita’ e’ legata anche l’esigenza di una rapida consegna: il cosiddetto time-to-market e’ un elemento essenziale. Questo spiegherebbe la crescita esponenziale del Made in Italy cinese. Che e’ facilmente intuibile non solo dall’espansione delle loro acquisizioni immobiliari in Italia ma anche dall’aumento del 40% annuo delle rimesse tramite le agenzie di money transfer in Cina, un valore nettamente superiore a qualsiasi altra nazionalita’ di immigrati, come ha rilevato la Fondazione Leone Moressa di Venezia. Inoltre hanno una abitudine a pagare in contanti, cosa che rende ancora piu’ difficile quantificare la loro capacita’ produttiva.

Sebbene la Regione Lombardia e la Regione Toscana abbiano previsto importanti stanziamenti a sostegno dell’industria moda, e’ necessario che questa iniezione di liquidita’ sia indirizzata a soddisfare quelle carenze strutturali che riguardano giustamente la forza lavoro artigianale che e’ assolutamente insufficiente rispetto alla richiesta. La disparita’ di retribuzione  tra i concorrenti sarti cinesi e quelli italiani e’ notevole. Potrebbe arrivare un brutto giorno in cui dopo la supremazia nelle confezioni di massa i cinesi comincino a porsi come obiettivo altre fasce di mercato. Come i francesi, noi italiani possiamo vantare una tradizione estetica straordinaria. Tra noi abbiamo sviluppato tacitamente una complementarieta’ perche’ al loro lusso eccentrico  noi opponiamo il gusto confortevole del “bello ben fatto” e una capacita’ creativa che si fonda sull’innovazione tecnologica. Ma i francesi sono anche piu’  furbi nel proteggere il loro mercato: non basta pensarsi i migliori in fatto di qualita’, occorre garantirla con provvedimenti che legano l’aspettativa del consumatore al risultato effettivo. Con l’assistenza post vendita nella quale la mentalita’ cinese non si sa ancora orientare.

Ora, se nella sola Lombardia si cercano 40 mila nuovi sarti e si delocalizza nei vicini Paesi del’Est europeo, cosa vieta di scendere giu’ nel Meridione d’Italia dove la disoccupazione e’ micidiale. Certamente con adeguati programmi di formazione, si potrebbe ‘ricucire’ anche lo strappo tra Nord e Sud del Paese.

Infine. Le questioni economiche hanno sempre implicazioni politiche. Le comunita’ cinesi in Italia sono molto dense di individualita’, con una forza centripeta che le tiene saldamente unite. Un po’ in tutto il mondo tendono a concentrarsi solo sul lavoro piuttosto che farsi assimilare dalla popolazione locale. Quando (raramente) si sposano con i nativi del posto che li ospita tendono generalmente a tollerare la cultura presente e ad adattare la propria, ma sono ideologicamente impostati  con lungimiranza sulla modalita’ “missione”. Esistono logiche ben diverse da quelle che appaiono in superficie agli occhi occidentali perche’ cosi’ ci vogliono mostrare. Nemmeno nell’industria della moda si dovrebbe trascurare il fatto che la tradizione commerciale cinese ha un vantaggio piu’ che millenario di esperienze in tutti i porti, e che la presente  ‘colonizzazione’ all’inverso e’ pensata in modo strategico.

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