L’eguaglianza di genere la saggezza della natura

Mentre in Italia si dibatte ancora su come garantire una sufficiente presenza femminile in politica, in Australia le donne detengono il primato mondiale dei ruoli istituzionali. Sono presenti a tutti i livelli del potere grazie alle consuetudini nate per garantire un’alternanza maschile-femminile nei posti chiave, almeno sotto le luci dei riflettori.

Naturalmente non sono state conquiste facili. Julia Gillard scala i vertici del partito laburista confrontandosi con uomini di peso. Vice premier nel Governo di Kevin Rudd, la Gillard conquista la crescente fiducia del partito al punto che viene deciso un cambio nella leadership. Rudd è costretto a dimettersi e lei nel giugno 2010 diventa il primo premier donna. Per ottenere la legittimazione presso l’opinione pubblica, che in Australia è il cuore pulsante della democrazia, convoca nuove elezioni. .  Supera il boicottaggio dei fedelissimi di Rudd, ma soprattutto smarca i consiglieri del partito prendendo a meta’ campagna il diretto controllo delle strategie elettorali e vince.

In Australia esiste una maggiore considerazione e apertura mentale nei confronti delle opinioni delle donne rispetto all’Italia. O perlomeno sono loro stesse in grado di imporsi assertivamente. Le discriminazioni, le violenze, le intimidazioni sono considerate molto seriamente. Anche quando danno voce a coloro che se ne infischiano del politicamente corretto. È così che Pauline Henson, madre di 4 figli tirati su da sola, parte dai comizi per i clienti del suo negozio di fish and chips alla conquista degli elettori, prima come candidata del Partito Liberale, poi come fondatrice del suo partito ‘One Nation’. Bollata come razzista per le sue posizioni anti multiculturalismo, immigrazione e privilegi accordati agli aborigeni rispetto agli australiani ordinari, porta il suo partito alla conquista del 22% dei seggi. Il suo successo spaventa. Minacce, tradimenti, circoscrizioni elettorali modificate per spezzare il consenso che raccoglie sul suo territorio. E infine una guerra giudiziaria per dei cavilli sui contributi elettorali, che la portano ingiustamente in carcere.  Ma si è rialzata. Non è un’attitudine rara la tenacia delle donne australiane, incorpora ancora lo spirito dei pionieri di fronte a condizioni avverse, e paga con conquiste di prim’ordine in materia di diritti umani e civili, entrambi presupposto all’esercizio effettivo dei diritti politici. L’Australia è anche una nazione dinamica e agile che non soffre di pregiudizi sessuali nei diversi settori economici, ad esempio, la potente magnate Gina Rinehart è leader dell’industria mineraria e nel settore bancario Gail Kerry è a capo della Westpac, la terza banca d’Australia, alla quale è arrivata dopo una lunga serie di clamorosi successi, come il miracolo alla guida della St George Bank, realizzato nonostante un parto trigemellare alla seconda gravidanza.

Mentre in Italia si impone per legge l’accesso delle donne nei consigli di amministrazione, Jillian Broadbent, economista e direttore di diverse multinazionali, Catherine Tanna, presidente della BG Group (multinazionale del gas e petrolio) e Heather Ridout, presidente dell’industria manifatturiera AIG, sono nel Comitato composto da 9 membri della Reserve Bank of Australia (la banca centrale).  I pregiudizi sessisti sono certamente ancora presenti, si discute pubblicamente di questioni legate a discriminazioni e si investe sul riconoscimento di modelli femminili esemplari, ma ormai la valutazione delle persone si basa su competenze e capacità individuali. In Italia non siamo ancora così fortunate, la politica ha le sue consuetudini che impediscono un ricambio naturale: si cumulano mandati, manca un alto standard di aspettativa morale, i soliti personaggi appaiono come capi tribu’ che invecchiando parlano di ‘nuovo’ ad ogni campagna elettorale mentre si spartiscono il potere spostando i pezzi della scacchiera… ma quasi nessuno cade. Entrano in gioco anche altre caratteristiche sociali. Secondo l’analisi del Comitato delle Nazioni Unite sull’attuazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW), le donne sono maggiormente penalizzate in quei sistemi che si richiamano alla tradizione, all’etica o alla religione. Anche in Italia resiste ancora un’impostazione culturale che vede la donna protagonista nella sfera privata e l’uomo nella sfera pubblica. Spesso sono le stesse donne che hanno un’idea della politica piuttosto negativa, e come tale viene scartata dal loro interesse. Allo stesso tempo anche nella scelta degli studi e nella ricerca di un lavoro si indirizzano verso tipologie ‘femminili’ in modo da poter conciliare le esigenze professionali con le responsabilità familiari. Ed e’ una situazione comune alle donne di tutto il mondo, inclusa l’Australia, dove le resistenze all’accesso delle donne a ruoli di leadership si è assestato intorno al 10%.

Uno studio della societa’ Booz & Company, basato sui dati raccolti dal World Economic Forum e l’Economist intelligence Unit, indica come fattore globale di ostacolo alla partecipazione femminile l’aspettativa sociale nei confronti delle donne alla cura di figli, anziani e malati. Sembra questo il fattore fondamentale di discriminazione che determina una sorta di destino sociale obbligatorio. E’ pero’ necessario intervenire per tamponare l’emorragia dei talenti femminili e impegnarsi al massimo per svilupparne in pieno il potenziale. La situazione del momento e’ drammatica, chi riesce a farsi strada e’ sempre sotto ‘supervisione’ del potente, maschio non uomo, di turno.

Un piccolo aiuto arriva dall’Europa. Grazie all’influenza dei paesi nordici, e’ stato creato l’EIGE (European Institute for Gender Equality) un’agenzia che coadiuva  i governi e le istituzioni UE nella loro azione per promuovere la parita’ uomo donna. Da tempo affermata come diritto fondamentale, l’eguaglianza di genere va perseguita anche con misure che favoriscano il genere sottorappresentato, perche’ e’ una condizione essenziale alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione Europea in materia di crescita economica e coesione sociale.

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