La trappola della liquidità

I tentativi disperati di rianimare la crescita economica arrivano anche dalla BCE, Draghi ha annunciato interventi per assolvere al principale mandato conferito alla Banca Centrale: salvaguardare la stabilità dei prezzi. Nessuno lo dice a gran voce, ma i fondamentali dell’economia sono allarmanti. Siamo in una grave recessione: disoccupazione in stabile crescita e spirale deflattiva (tranne il prezzo degli immobili: mattone rifugio per eccellenza!).

Arriva cosí una manovra europea di politica monetaria per provare a dare una scossa all’economia reale, volta sia a rendere ancor meno caro il costo del denaro e a gestire i crediti ‘difficili’, sia, e soprattutto , ad adottare nuove strategie per operazioni di rifinanziamento di lungo termine.

La crisi è di sistema, occorre ripensare quella classica convinzione capitalistica che le forze di mercato sappiano trovare l’equilibrio. Una concezione che è stata snaturata dalla grande trasformazione che ha subito il mercato stesso, rapidamente esteso ad orizzonti illimitati. Le logiche economiche valide in un contesto locale non sono le stesse di un contesto allargato. La finanza è diventata molto fluida con l’apertura selvaggia dei mercati finanziari internazionali, ma l’economia reale sottostante ha mantenuto le stesse esigenze di funzionamento. Si sono ‘scollate’ tra loro, e si è trascurato il fattore umano, che era il principio informatore della società economica stessa.

Drenare risorse non è sembrato tale, proprio perché la spinta a delocalizzare è stata favorita dalla creazione spropositata di finanza. Il meccanismo che ha consentito di crearne a dismisura, grazie alla minima riserva di denaro ‘concreto’ detenuto dalle banche e la conseguente possibilità di contabilizzarne esponenzialmente a livello nominale, è sfociato in due tendenze: cercare nuove opportunità di investimento ovunque si realizzano maggiori profitti e l’invenzione di altre opportunità di investimento fittizie, necessarie ad impiegare quello stesso eccesso di finanza nominale. Il primo aspetto si può ritenere valido: si creano nuovi mercati che potranno diventare a loro volta attori economici, in una progressione sostenibile. Procedere con l’espansione è sano, fintantoché generi nuova domanda che riporti in equilibrio il mercato originario, e quindi con attento riguardo all’evoluzione dei fattori della produzione – lavoro, condizioni operative e tecnologia – ovunque messa in moto. Mentre è il secondo aspetto, questa ondata di eccesso di ricchezza (in valore assoluto) – interpretata stavolta dalla finanza (un tempo si è registrato  lo stesso effetto con la massiccia immissione dell’oro dalle Americhe)-  ha effetti controproducenti sull’economia reale, con la conseguente perdita di valore relativo (specialmente espressa da un disequilibrio del più importante scopo dell’economia stessa: l’impiego attivo delle risorse disponibili (impiego attivo significa che percepisca una remunerazione secondo il coefficiente ottimale di distribuzione del reddito).  L’eccesso di moneta (finanza) causa un paradosso economico: impoverisce i Paesi che più ne dispongono. Ogniqualvolta l’economia finanziaria prevale su quella reale reale la ‘moneta’ diventa elemento distorsivo. La ‘moneta’ in sé è un bene che ha mille potenzialita’ che coprono tutto lo spettro immaginabile (bene di scambio, riserva di valore, mezzo di pressione, motore del ciclo, etc). Ed è capace di generare effetti propri.  Esiste un equilibrio ottimale in ogni contesto economico – composto da una serie di variabili, quantitative e qualitative  mutabili nel tempo – che è espresso da una stabilità positiva, creata appunto dalla relazione tra queste variabili con la propria moneta. Gli effetti della moneta sono un’incognita determinante nella dinamica di questa relazione, il cui valore è misurabile dall’etica di quel sistema. Concetto non facilmente comprensibile dai fanatici del capitalismo edonista.

Mentre da noi si sperimentano gli effetti di decisioni passate dissennate o meglio dell’assenza di decisioni politiche che consentissero il monitoraggio delle più grandi variabili, dall’altro lato, i beneficiari della trasformazione globale, e cioè i Paesi che sono stati i destinatari degli investimenti sulla produzione, perseguono le proprie strategie per sfruttare questa grande opportunità.  E’ un scenario elementare e geniale al tempo stesso.

I Paesi beneficiari di questo spostamento di ricchezza sono stati infatti intelligentemente previdenti, dimostrando non solo di aver saputo mettere in moto una solida dinamica di crescita fino a renderci loro tributari, ma di aver anche avuto un ambizioso progetto per consolidare la loro posizione. In una visione lungimirante e originale hanno a loro volta espanso il proprio mercato a livello globale in una sorta di colonizzazione mondiale.  Reinvestono  il risparmio generato dal loro ciclo economico in modo da sortire effetti stabili nel tempo e nello spazio in una logica dettata non dalla ricerca di profitti immediati, avendo piuttosto investito in perdita (previsioni di breve periodo,) bensí duraturi, fondamenta della futura supremazia . Laddove offrono la loro partecipazione a condizioni vantaggiosissime per i locali, costruiscono economia reale e nello stesso tempo, impiantano nei nuovi luoghi i propri stessi cittadini che si mescolano con le popolazioni locali. E’ un apparente ‘regalo’ iniziale che si rivela il metodo più efficace di garantirsi  il controllo economico, assicurandosi poi con la ‘nuova razza’ quello politico. Nel nostro piccolo abbiamo anche noi italiani una simile rete mondiale con i milioni di emigranti disseminati nel mondo, ma la differenza netta è che mentre un paese come la Cina ha saldi legami con chi manda a colonizzare, sponsorizzandoli come fossero dei dipendenti, noi li abbiamo dispersi, o li usiamo come veicolo per affari interni di breve periodo.

Per quanto ci riguarda, la decisione di abbassare ulteriormente il costo del denaro in Europa non è un jolly. La trappola della liquidità è un fenomeno anomalo in cui si scioglie la relazione tra tasso di interesse e investimenti. Non favorisce l’appetibilità di riprendere gli investimenti, che resteranno una decisione aleatoria, mentre invece può stimolare la fuga dei capitali finanziari verso altri impieghi più redditizi, aumentando il problema. Se è anche vero che in tal modo l’euro perderà valore, e quindi in teoria ciò dovrebbe facilitare le nostre esportazioni, aumenterà anche il costo delle importazioni, in particolare quello energetico. Per evitare di alimentare la spirale negativa, è essenziale agire sulla struttura della bilancia commerciale, e quindi rivedere gli schemi produttivi interni, rimuovendo gli ostacoli che rendono poco attraente l’attività imprenditoriale.

Sudditi della burocrazia ‘regolamentatoria’ di Bruxelles,  abbiamo limitato cosí anche la possibilità di ‘barare’, in teoria al fine di una qualità di vita più protetta, mentre i Paesi beneficiari se ne infischiano di regole sociali, ambientali, e qualitative. Altro aspetto che consolida la tendenza attuale – al quale va aggiunto l’andamento demografico e cioe’ invecchiamento della popolazione – è l’incontrollata immissione di altre popolazioni non qualificate, non formate né educate. Uno scenario da suicidio di massa.

All’interno dell’Europa, ci sono eccezioni, paesi che hanno posizioni di privilegio ereditate dal passato per i legami coloniali o costruite nel tempo, come una Germania che ha cambiato strategia di combattimento nella sua sete di dominio che sta prevalendo sui paesi che hanno avuto una classe politica ottusa e mediocre, da egoismo becero che brucia il buon senso sull’altare della corruzione.

 La Francia forse ha compreso l’errore e sta invertendo la tendenza. Riportare sul territorio nazionale il lavoro, le opportunità di investimento che, pur dovendo sostenere altissimi costi, le consentono di conquistare uno spazio al top della struttura produttiva, quella nicchia del lusso che l’investimento orgoglioso sulla  sua immagine, coltivata senza mai abbassare la guardia, le consente.

L’Italia ha risorse ben superiori ma una disorganizzazione bieca le soffoca. La scommessa più impegnativa è quella di rivedere la nostra stessa immagine, lavorando sulla sostanza piuttosto che il bluff della rendita dai secoli passati. Se si continuano a lasciar morire le piccole e medie imprese, avvelenando il loro stesso ambiente di crescita, tutto il sistema Italia crolla. Ripartendo dal controllo di grandi imprese efficienti, progetti ambiziosi, organizzando una struttura di sostegno all’imprenditorialità. Quello che è pubblico smetta di servire come fucina di appropriazioni indebite, e acquisti il senso di una visione generale. Della missione di un Italia ‘grande’. Torni un senso della giustizia vera, non quella di guerra tra bande. Torni il rispetto del merito oggettivo piuttosto che dinastico e di appartenenza tribale. La speranza e la voglia di fare non nascono dagli slogan ma dai fatti. Non serve inseguire le falle del debito pubblico, sono ingestibili in questo sistema. Piaccia o no, è arrivato il momento di affrontare la questione morale, perché l’economia si nutre da un ambiente eticamente sano. Perché in questa trappola di liquidità c’è caduta la morale.

A voler essere intellettualmente onesti, è sufficiente guardare al nostro passato recente per trovare soluzioni positive, a quell’esperienza del modello fascista nella parte in cui aveva proposto – con successo, dato l’altissimo consenso inebriante – l’esaltazione di uno Stato ‘morale’, un unico organismo in cui tutte le sue parti erano curate con attenzione perché tutte necessarie allo scopo comune.

Questa è la Destra che ci è venuta a mancare quando si e’ arrivati al potere spacciando i nostalgismi di un tempo come valori. La tentazione di rivalersi in quel piatto da cui sono stati troppo a lungo esclusi è stata la causa del suo fallimento. Hanno anteposto gli impulsi personali, la frustrazione passata vissuta come ingiustizia da compensare, l’umiliazione della vessazione dei valori di un tempo con la pretesa che fossero ancora gli stessi. Inutile dunque rivendicare un passato che non esiste più. La Destra che manca è quella necessaria ora. E’ un distacco dal passato che richiede l’abbandono anche di coloro che hanno vissuto in prima persona quella parabola nella fase discendente. Lo spirito della Destra è stato meglio interpretato dai giovani delle 5 stelle, sia pur inconsapevolmente. Ma almeno hanno dimostrato che esiste ed è importante. Perché è molto forte nella società civile.

Il momento in cui ci si libera dagli schemi stereotipi della  corporazione politica storica nascerà ufficialmente la Destra moderna in Italia.  Questo è l’ultimo compito che hanno i vecchi esponenti della Destra. Lasciar libere di esprimersi quelle forze spontanee, dismettere quella smania di controllo assoluto e tribale ereditata dalla militanza negli anni più duri del confronto ideologico sulla scia della guerra civile, perché ormai ha provocato un’effetto deleterio: l’ostracismo della realizzazione degli stessi fini che si proponeva.

 

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