La torta alla marijuana

Un modo forse insolito di festeggiare il Ferragosto a Luserna San Giovanni, nel Torinese: offrire ai commensali per dessert una torta margherita farcita alla marijuana. Una ricetta d’autore scaricata da internet senza leggere le avvertenze – se mai ce ne fossero state – sui possibili effetti collaterali. Cosi’ due invitati sono finiti al pronto soccorso e gli ingredienti che hanno causato la ‘botta’ sono venuti fuori.

E mi sono tornati in mente episodi della mia vita. Una gita in un campeggio vicino a Sperlonga, con gli amici dell’universita’ e uno scherzo idiota organizzato da due di loro, che ci lavoravano in estate. Farmi preparare una pizza margherita con un ‘basilico’ che era invece marijuana. Calo spaventoso della pressione sanguigna da collasso, il panico dei due che temevano la denuncia e mi hanno lasciata in quello stato senza avvertire un medico. Sentivo dei dolori tremendi se solo mi toccavano con le dita. Immobile, accasciata e stordita con il cuore in crisi acuta. Non saprei quanto sia durata e quanto ci ho messo a riprendermi. Mi sembravano ore. Un amico sparito dalla mia vita, l’altro ha meritato l’eterna irritazione da disprezzo che fa eco nel retro della mente.

Altro episodio, nel periodo in cui con un gruppetto di amici prendevamo lezioni di sassofono e mentre aspettavamo il turno rispettivo si chiacchierava con torte e alcolici e le loro onnipresenti canne. Li chiamavo cannoni in effetti tanto erano grosse. Dai e dai nel tempo mi hanno convinta a provare. Ero restia perche’ mi ricordavo una vacanza a NYC a casa di una adorabile cugina dove l’odore di quel fumo era onnipresente. Figlio di 3 anni spesso isterico e sveglio fino a notte fonda, serate con due tre amici del marito, che si dilettavano a fumare di tutto e di piu’. Fumo passivo che pero’ aveva effetti nefasti di stordimento e incapacita’ di lucidita’ in cose semplici, come ritrovarsi ad usare un aspirapolvere che non aspirava perche’ non mi rendevo conto di non averlo acceso correttamente, o voler fare shopping e tornare con cose incomprensibili invece di quello che mi serviva. Per loro era normale, per me evidentemente no. Finita la vacanza finiti gli effetti. Ma l’impressione negativa mi era rimasta dentro. Eppure, l’influenza di amici ai quali ci si affeziona, riusci’ a farmi convincere, a condizione di dare un solo tiro all’inizio. Mi sentii male subito e il mio amico non ci credeva affatto. Mi sentivo svenire e lui pensava fosse una scusa per invitarlo ad abbracciarmi per sostenermi. Ma stavo sempre peggio e si scosto’ per guardarmi, espressione di terrore, ero bianca cadaverica. Mi lascia per chiamare il padrone di casa, nonche’ insegnante di sax, per chiedere il permesso di aprire la stanza da letto per farmi stendere. Mi appoggia al muro, ma appena staccatosi casco giu’ svenuta. Mi risveglio con le gambe all’insu’ alzate dai due, ero quasi sottosopra e decifro lo spavento e l’eccitazione di vedere il reggicalze e la guepiere in bella mostra dipinti sui loro volti. Passai le successive due ore stesa su un letto, a tremare dal freddo nonostante le coperte che mi avevano messo addosso. Mai capito come potessero fumarsi quella roba e in quantita’ industriali. Mi passo’ un po’ l’entusiasmo di suonare il sax e non ne nacque mai una relazione sentimentale con quell’amico, appariva un grande NO a filtrare ogni offerta commovente di  sentimenti delicati. Vedevo in lui ormai solo il suo aspetto sballato dal ‘fumo’.

Si comincia a scuola a sperimentare i vizi degli adulti, quando la personalita’ e’ ancora in fase di costruzione, e pertanto malleabile al martellamento dei pari per coinvolgerti in quei primi tentativi di mostrarsi grandi. Una valanga di influenze non selezionabili per qualita’ e utilita’. Manca ancora  una base autonoma. Ero quindi una fortunata, con i miei allenamenti di nuoto, un mondo sano e diverso a fare da contrappeso, una garanzia di distacco da quel marasma da gregge di pecore smarrite in cerca di un cane pastore… che arrivo’ puntualmente con i megafoni dalla sezione di partito piu’ vicina. Gli anni di piombo hanno significato anche questo, studenti liceali preda di manipolazione da parte di adulti che pretendevano di lottare per chissa’ quale ideologia. Alla fine si rivelava giusto come la sopraffazione di un nemico inesistente in nome della democrazia. Ma a quella politica faceva pendent  anche il culto della droga. Creato il conflitto sociale c’era bisogno dell’uso di droghe per legittimarlo. I giovani rapitori di Moro non raccontarono poi di essere completamente strafatti e mentalmente condizionati dall’ideologia di parte? 

Al Liceo tocco’ al nostro giovane prof di atletica di accompagnarci in gita culturale a Firenze. Forse non era poi cosi’ maturo per quella responsabilita’ se cercava di rimorchiare una di noi ragazze, provandoci un po’ con questa un po’ con quella. Cercava forse la piu’ fragile e suggestionabile? ad ogni modo, sembro’ incastrare in un amo non troppo aguzzo Antonella, benestante, dita gialle da nicotina che sembravano testimoniare la sostituzione del biberon con la sigaretta. Lei ostentava con ironia un po’ di aggressivita’ sgorgata da una forza che pero’ non aveva affatto. Tante emozioni ferite da una famiglia disfunzionale l’avevano piuttosto scombussolata, prendeva sempre la tangente su discorsi esistenziali carichi di smarrimento. Eravamo buone amiche, le ero affezionata, avevo la sensazione che a volte cercasse un appoggio in me, uno scoglio a cui aggrapparsi nel caso in cui il suo mare fosse troppo agitato, in realta’ era un gioco di specchi girevoli. Lei, Mia e occasionalmente qualcun’altra. Molto diverso dal gruppetto del cuore che avevo lasciato alla Falconieri.  

E a Firenze una sera Antonella mi chiamo’, con la sua aria spavalda di quando aveva veramente bisogno di aiuto. Il prof di atletica voleva convincerla a ‘dormire’ con lui e farsi le canne per rilassarsi, cosi’ lei fece di tutto per trascinarmi in quell’esperienza cool di provare l’erba per la prima volta! Le diedi retta, cosi’ per curiosita’, dopo averne tanto sentito parlare un po’ da tutti i miei coetani, e soprattutto per raccogliere quella richiesta invisibile di complicita’ salvatrice. Un po’ piu’ di cambiare una ruota della macchina bucata di notte dopo una festa. La famosa erba del prof non mi fece nessun effetto, uno due tiri ma insipidi, giusto buoni per qualche colpo di tosse. La vedevo molto triste, gli occhi della naufraga su una zattera senza vela, e il sorriso innocentemente aspro. Voleva uscire da quella stanza e cercava la scusa in me. E ce l’avevo, pronta… stavamo aspettando un altro compagno di classe, in arrivo posticipato, il chitarrista dei concerti delle autogestioni. Avevo in programma una trasgressione decisamente piu’ sana, personale, ma al momento quella era la via di fuga ottimale valida anche per lei!

Ho attraversato quegli anni ammucchiando un profondo disgusto per la droga. La identificavo con l’infelicita’ e lo sbando, con la sfortuna di non essere cresciuti in un ambiente sano, positivo. Tanta energia vitale bruciata stupidamente da ragazzini inconsapevoli che consapevolmente volevano renderne schiavi i loro consimili. Quanti discorsi ho sentito sulle magnifiche proprieta’ di questa o quella droga. E quanta falsa adulazione per rivendicare il diritto a percorrere una strada distruttiva. Difficile definire un ambiente ‘sano’ nel quale poter crescere. Anche l’apparenza piu’ consona a tale aggettivo mi aveva rivelato drammi consumati dietro il paravento del glamour di una vita da jet set. Enzo, il cugino piu’ simpatico, piu’ brillante, ma con un grande peso addosso ci e’ morto cosi’, la siringa al braccio, nonostante ogni attenzione gli era stata rivolta per poter domare quel demone. Lo avevano gia’ trovato morto ad un benzinaio e solo per un caso al pronto soccorso una capo infermiera aveva deciso di tentare ugualmente il massaggio cardiaco, rianimandolo miracolosamente. Da allora mille viaggi, con il padre sempre vigile. E poi quel rientro. Le 50 mila lire come saluto di buonanotte perche’ l’indomani mattina avrebbe rivisto la sua bambina di 5 anni dopo un mese di crociera nel Caraibi. E invece la sortita notturna e di nuovo quella roba. Poca ma abbastanza per un’overdose dopo quel periodo pulito. Figlio unico, ho visto distruggersi lentamente i suoi genitori. Nella follia e nel dolore. Con l’unica resistenza di zia per quella bambina sgomenta che dopo tanta impazienza di riabbracciare il papa’ voleva andare tra gli angeli a riprenderselo. Disse di voler vivere fino a quando avrebbe saputo Eva felice. E cosi’ e’ stato, e’ morta il giorno in cui sono venuti alla luce due bellissimi bimbi, a coronare un grande desiderio di maternita’ dopo anni di tentativi, zia Anna ormai aveva concluso la sua missione.

E poi un salto. La prima sera in cui sono uscita con Sacha e i suoi amici. In programma un film al cinema di piazza Verbano. Qualcuno in ritardo e la serata passa sprecata in macchina con loro che si facevano canne tutta la sera. I suoi migliori amici italiani, due ex eroinomani, Camilla ed Eva, e uno studente di ingegneria al quale il fumo sembrava lo sballo piu’ indispensabile del mondo. Un silenzio interiore il mio, del disagio, di rabbia perfino, a confronto con quelle voci strascicate piene di  vuoto, e finalmente il rientro a casa. Glielo dissi chiaro e tondo. “Questo non e’ il mio modo di passare le serate, nel nulla assoluto e tossico. Non ci condivido il mio sentire, mi dispiace non me la sento di immischiarmi in questo modo di vivere, meglio finire qui tra noi.” Avesse voluto il cielo che in quel momento lo avessi piantato li senza ascoltare ragioni ne scuse. E invece mi lasciai persuadere da tante solenni dichiarazioni che rinnegavano la sua appartenenza a quella dimensione. “Non amici, conoscenti per forza di cose, Camilla figlia del migliore amico di papa’ e nostra ospite a Perth per stare lontana dall’intossicazione. Non ci voglio avere piu’ a che fare nemmeno a me nemmeno piace la droga e cosi’ via. Blah blah blah” Una montagna di asserzioni che hanno tenuto solo per un paio di anni. Almeno per mia conoscenza.  Poi la sua polmonite e la mia gravidanza. Sembravamo ormai una famiglia smoke free. Piano piano ritorno’ di nuovo sempre piu spesso con lo sguardo da ebete e gli occhi iniettati di sangue. Fino all’aperta manifestazione -sempre piu’ spavalda ed irresponsabile- di quella necessita’ di rilassamento.  E il ‘regalo’ per il mio 30esimo compleanno. Un viaggio in Sicilia, in un club fantastico con tanto di attivita’ per i bimbi. Lo avevo gia’ pagato.  Tornai dalla campagna il giorno prima con i piccoli, feci le valige, preparai la cena e lo sentii dalla cucina arrabbiarsi con Rudi, di poco piu’ di un anno di vita, per aver giocato con la terra dei vasi ed averla assaggiata, se la prese anche con me e il mio amore per i fiori che coltivavo mentre lo portava al bagno per lavarlo. Mi ci volle parecchio per addormentarlo e vicini alla culla verso le 11, Sacha mi dice che non era terra ma il suo blocchetto di hashish lasciato sul tavolino basso del  salotto. Mi prese un colpo, dissi “dobbiamo portarlo in ospedale” ma lui ripose che non era niente, l’aveva lavato: “vedrai che bella dormita che si fara’”. Alle due di notte mi svegliai per delle urla disumane. Andai da Rudi sotto shock. Si irrigidiva come un pezzo di marmo mentre urlava e mi affondava le unghia nel collo, poi sembrava svenire. Non capivo cosa avesse, mi ricordavo della settimana passata in cui si svegliava lamentandosi ma poi lo tenevo nel lettone con me e gli passava. Non quella notte. La crisi acuta si ripeteva, di nuovo, all’improvviso, urla spaventose e una specie di epilessia. Cosi’ per il resto della notte, mentre il grande papa’ non voleva essere disturbato che poi il giorno dopo doveva guidare per ore.  Appena giorno lo portai dalla pediatra. La sostituta mi chiese se era ‘normale’, le risposi “certamente no”. Aveva i muscoli del collo durissimi ed era in uno stato pietoso. Piano piano la pediatra mi parlo’ di un otite gravissima che richiedeva l’ammissione in ospedale, io quasi sollevata, e invece alzo’ il tiro, passando al suo sospetto piu’ grave: “meningite gravissima, corri subito al Policlinico Gemelli”. In preda all’agitazione presi la macchina e ce lo portai correndo. Il piccolo ricomincio’ con le urla e gli spasmi, tutti si giravano, il dottore del Pronto soccorso lo vide e chiamo’ subito il reparto, che era pieno, ma lui insiste’ deciso: “no, questo lo dobbiamo prendere’. Salimmo’ su, avevano subito liberato una camera, e un’ondata di solidarieta’ ci travolse. Mille test, domande, descrivevo tutti i sintomi anche quelli sia pur leggerissimi delle notti passate. Ad ogni test chiamavo Ale, la dottoressa mia amica dai tempi del primo giorno di asilo, che era in campagna per il finesettimana. Giornata tremenda, con quel povero angioletto con aghi e flebo attaccate che mi si aggrappava addosso. L’elettro  encefalogramma con delle onde cerebrali allucinanti, mi chiedevano se avevamo barbiturici in casa, risposi di no, categoricamente. Fecero perfino il prelievo di midollo, tenendomi fuori perche’ mi dissero che e’ talmente doloroso per lui che sarei svenuta. Sacha mi raggiunse finalmente, era sconvolto anche lui. Molto diverso da quella stessa mattina in cui cercava di minimizzare e mi diceva di non sprecare tempo ad andare dalla pediatra che dovevamo partire e dovevo andare a prendere i vouchers in agenzia. Torno’ poi alle 11 di notte, per dirmi di aver telefonato anche lui ad Ale e di averle spiegato cosa era successo la sera prima. Lei aveva ripassato i suoi studi sulle droghe e li aveva confrontati con i sintomi che le avevo descritto nelle mie telefonate durante il giorno e i risultati dei test fatti. Lo aveva dunque richiamato per dirgli di correre in ospedale ad avvertire i medici, lei era sicurissima che fosse quella la causa. Alle 6 di mattina arrivo’ il primario e gli dissi subito di questa eventualita’. Lui era scettico,  ma dietro mia insistenza fece anche quelle prove. Torno’ dopo un po’ arrabbiato nero per dirmi che Rudi aveva 10 volte la dose massima relativa ad un adulto. Aveva rischiato la vita di brutto. Mi annuncio’ subito che avrebbe sporto denuncia alla polizia. Poi arrivo’ Sacha, gli riferii tutto e lui terrorizzato voleva che prendessimo il bimbo e scappassimo, continuava a ripeterlo: “prendilo e scappiamo” Lo guardavo fissa e vedevo un verme che si agitava di fronte a me. Allibita gli chiesi di guardare Rudi, come poteva solo formularlo quel pensiero? Insiste’ lo stesso ma non lo ascoltavo nemmeno piu’. Tolsero la flebo di antibiotici potenti, e comincio’ una settimana di osservazione, durante la quale la solidarieta’ calorosa del primo giorno si era trasformata in disprezzo e sdegno. Inutile dire che del padre in quella settimana piu’ nessuna traccia. Tranne per la convocazione della polizia li all’ospedale. Mi sembrava che Sacha crollasse li in quel momento, come se fosse di fronte al patibolo. Dura predica un po’ cinica del poliziotto, cercai di dire che era normalmente un buon padre. Piano piano Rudi si riprese, giocavo con lui ad acchiapparella in corridoio “sono il leone e adesso ti mangio” lui saltellava ridendo di gusto e il primario del reparto mi corresse: “semmai la leonessa” primo segno di disgelo della settimana. La vicina di stanza mi racconta la sua storia di ragazza madre con un figlio megaencefalitico di cui il padre sposato non voleva sapere nulla, a prezzo di un terzo grado per la mia storia di Rudi.  Quante volte mi sono fatta carico emotivo e materiale delle conseguenze dei comportamenti di un marito cosi’ immaturo e privo di spina dorsale da sfiancare anche una roccia? Doveva essere una settimana magica di vacanza. Il primo di una lunga serie di regali di compleanno pestilenziali durante la vita matrimoniale. Non penso ci rendemmo conto allora di aver rischiato di perdere la custodia dei nostri figli, nonostante lo strascico dei controllo della polizia e assistente sociale a casa, a raccontare la nostra vita e sostenere la durezza di uno dei poliziotti mentre il fantomatico padre gocciava sudore come una doccia. Ma non e’ servito a farlo desistere. Questa storia e’ diventata poi un classico nelle lezioni universitarie del Primario come scoprii 3 anni dopo, di nuovo li’ al Gemelli per la polmonite di Costanza, da una dottoressa che aveva riconosciuto il nostro cognome.

Il rapporto con la droga e’ diventato sempre piu’ odioso nel tempo. In Australia un marito buttato sul divano le domeniche, quando c’era, strafatto, o quando ritornava a notte fonda dai bagordi per fare pubbliche relazioni con il collega e amichetto del cuore, un simil frocetto velenoso. Fino allo showdown finale ormai prossimi al divorzio: “e’ colpa tua (tra le tantissime altre colpe mie) se mi dovevo spendere 500 dollari a botta per ubriacarmi e strafarmi….”

Qualche pessimo ricordo, ma in fondo molto sbiaditi, grazie al cielo. Droghe leggere? Possono rendere pesantissima la vita.  E non hanno mai risolto alcun problema interiore, e tantomeno materiale, a chicchessia.

 

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