Gianfranco Fini a Mirabello: bentornato nel cuore della Destra Italiana!

L’elogio a Vittorio Lodi, organizzatore del raduno di Mirabello – da quando erano poche decine di amici, alle migliaia  di partecipanti degli anni dei clamori dei successi elettorali – è di diritto. Non per la storia che ha alle spalle, ma perché crede con coerenza, anche nei momenti difficili: “la storia continua”. L’invito a Fini, Lodi non l’ha fatto all’uomo di governo o di partito, ma ai valori che condividono. Nei prati di Mirabello non c’è lusso: tendoni provvisori, sedie pieghevoli, impianto sonoro rimediato, certo, e tantomeno la grande stampa, ma c’è la realtà di chi nonostante tutto ha bisogno di incontrarsi per parlarsi, per proporre, per spronarsi.

La storia continua dunque. Dopo le macerie del terremoto, politico e territoriale, la forza è tornata impetuosa. Il tempo di ricostruire, con l’ostinazione degli idealisti: un Giro d’Italia che prevede gia’ una road map tra i comitati e le associazioni locali sparsi per l’Italia, per non imporre dall’alto un traguardo ma per rigenerarlo dal basso. Quante volte a destra ci siamo detti “che si fa ora?” “dov’è la destra?”  e in quanti al vertice hanno pensato alla loro cerchia di fedelissimi, creato il loro partitucolo, rivendicato ciascuno l’autentica rappresentanza di Destra ma con posizioni contrastanti perfino tra loro? Nello sbandamento, l’emorragia elettorale è stata inevitabile. Un’amara delusione quella conquista del potere sotto l’egida berlusconiana, il distacco della gente, e la rabbia che ha portato all’abbraccio ai ragazzi del movimento di Grillo. Quei ragazzi, con l’entusiasmo delle barricate sono andatiparadossalmente ad occupare il vuoto lasciato dalla Destra, con la grinta che incendia gli animi nelle piazze. Loro c’erano e potevano presentarsi con la loro credibilità intatta, pieni di carica, ironia, e voglia di farle cambiare davvero le cose…. in meglio. E questo gli elettori di Destra l’hanno riconosciuto come proprio. Non va sprecato, perché finora hanno dato l’esempio. Se è vero, com’è vero, quanto dice Fini: che occorre anche l’esperienza in politica, che la responsabilità di governo implica tante abilita’ che si costruiscono nel tempo, e’ anche vero che l’impulso vitale dell’impegno di quei giovani e’ necessario a dare un senso al potere. Soprattutto in un Italia, che dei giovani se n’è altamente fregata. E non è solo colpa di sindacati che hanno imparato a gestire il proprio potere come ogni altra tribù che difende interessi particolari, ma per la totale mancanza di visione politica che potesse superare il complesso da guerra civile che ci siamo trascinati per decenni e pensare come una nazione unita.

Ben venga quindi il Giro d’Italia, con l’umiltà di imparare a conoscere la realtà contemporanea in tutti i suoi aspetti, ascoltando e consentendo la partecipazione di tutti coloro che sono stati esclusi. E mettere la forza alle proposte che solo l’onestà del buon senso detta. L’opinione pubblica la si conquista pensando in modo sociale. Si puo’ essere giusti, onesti, seri lavoratori, ma restando nella propria sfera individuale si vive di egoismo. La politica invece ha bisogno di immaginare interessi generali e cercare i modi di perseguirli, ha bisogno di comprendere i bisogni prioritari di una collettivita’ intera ed organizzarli, ha bisogno di disciplina per uno scopo superiore e allo stesso tempo mantenere ben salda la sensibilita’ nei confronti dei singoli. La sana politica ha bisogno di riconoscersi italiani, prima di sudditi di poteri forti sovranazionali che impongono – senza trasparenza – le loro direttive. La crisi d’identità della Destra e’ la stessa crisi d’identità nazionale.

L’opinione pubblica è il cittadino che vuole la legalità non degli slogan ma della giustizia sociale.  Si fa attenta e ti sostiene quando riconosce coerenza tra le proposte e i comportamenti concreti dell’azione politica. E’ condivisibile solo ciò che si comprende e si riconosce come un’ordine naturale di cui tutti possiamo godere, sul quale costruire delle aspettative solide. L’opinione pubblica è sorda quando vive male. E’ rabbiosa quando è disillusa. E’ amareggiata quando non ha speranza di veder funzionare degnamente l’amministrazione pubblica. Ha piena ragione di disprezzare il governante che si è venduto ai criminali e ha svenduto anche le sue legittime aspirazioni a migliorare la propria condizione agendo onestamente.

Fini mi piace da sempre, è un politico di vero talento. Non solo per la sua oratoria efficace e affascinante, ha un suo spessore, e ha la capacità di avere e recepire idee. Ha lanciato sfide epocali, qualcuna l’ha vinta, qualcuna l’ha persa. A mio avviso, ne ha guadagnato in consapevolezza. Non è presunzione incassare le critiche cattive e rafforzarsi. E’ temprare il carattere quando tutti ti si scagliano contro. E’ saper mettersi da parte per arricchire la propria preparazione, per fare chiarezza, anche su sé stesso, e per assumere, lo spero vivamente, una responsabilità più grande.

Ricomincia il viaggio con un Giro d’Italia, pensando anche in termini di Europa. Ha menzionato la Mogherini, lamentando la mera rappresentanza della carica alla quale è stata nominata. Sarà una piacevole sorpresa scoprire presto che la Mogherini ha un peso intellettuale che la renderà molto più efficace della sua precedessora Lady Ashton. E allora perchè non puntare su questa importante carta anche per portare avanti le proposte più che necessarie sulla regolamentazione europea dell’immigrazione? Non è forse anch’esso tema contingente di politica estera e di sicurezza? il fattore umano delle grandi trasformazioni in atto non è un elemento marginale ma centrale. Come giustamente ha sottolineato Fini, il trattato di Dublino va rivisto nella parte in cui impone che i clandestini debbano restare nel  paese che li ha identificati. Dobbiamo dirottare la Marina Italiana verso scopi di guerra piuttosto che di salvataggio? Continuare cosí significa che il resto dell’Europa versa un’obolo irrisorio e se ne lava la coscienza.  Non ha senso. E’ un problema europeo e come tale va affrontato in termini pratici e concreti come una Forza Navale europea e una legislazione valida per tutti nello stesso modo. O ci siamo integrati solo per farci dire dai privati della BCE come gestire la nostra economia mentre non abbiamo nemmeno protezione dagli attacchi speculativi? Questa Europa ha solo aumentato il divario tra le economie dei suoi paesi membri e senza nessun vantaggio reale che controbilanci questa tendenza strutturale. In agricoltura il discorso è lo stesso. La Politica Agricola Europea ha solo favorito i paesi con processi più industrializzati snaturando la qualità stessa dei prodotti. Nulla più del mercato alimentare ha più bisogno di tutela e di essere ritrasferita a livello locale, a dimensione umana. Questa deve essere una lotta serrata. Anche introducendo il volontariato agricolo che è comunque una vacanza lavoro salutare e che dia lustro al proprio curriculum.

Fini ha anche buttato sul tavolo un altro argomento economico, complesso e determinante: sulla competitività grava il peso fiscale. Anche qui siamo in un circolo vizioso che deve essere urgentemente interrotto. Impedisce la crescita, cosa che a sua volta fa aumentare il debito pubblico, che senza rete protettiva dalle speculazioni finanziarie che hanno capacità illimitata, richiede ulteriore aggravio fiscale. Follia pura. Occorre uno scudo di politica europea contro le speculazioni sui singoli paesi membri e l’immediato alleggerimento della pressione fiscale. La legalità si ripristina anche tornando a dimensioni sostenibili del contributo versato per le tasse, non solo aumentando lo stipendio alle forze dell’ordine, categoria da sempre cara alla Destra. Per me, andrebbe affrontata anche la questione delle numerose forze di polizia che operano in Italia, sono troppe, politicamente faziose, sottopagate e molto male attrezzate.

Il risanamento della vita economica del paese richiede tanti interventi coraggiosi e rivoluzionari. Fini suggerisce un provvedimento che consenta alle Piccole imprese di assumere libere dagli oneri dei contributi previdenziali. Il problema è che sono eccessivamente alti per tutti.  La disoccupazione non si combatte con lo sfruttamento sfacciato degli aspiranti lavoratori, con un eterna dura gavetta. La flessibilità del lavoro si è addossata tutta a loro con l’invenzione del precariato permanente. Mentre invece doveva essere interpretata come elasticità dell’offerta di lavoro, che consenta varie tipologie di orari piuttosto che agire sulla durata e l’incertezza dei contratti. Questa insicurezza del lavoro è diventata l’incrinatura peggiore alle fondamenta stessa della catena produttiva: l’economia sana richiede stabilità, e quindi programmazione anche a lungo termine, elemento chiave della crescita. Includendo anche la previsione che gli ammortizzatori sociali comportino obbligatoriamente riqualificazione. La formazione deve essere il lavoro ad interim in cambio di un supporto economico transitorio tra un tipo di lavoro e l’altro; e non solo, dovrebbe essere accessibile in ogni momento a chiunque, magari detraendone i costi dall’imposizione fiscale per le imprese che la organizzino al suo interno.  Ancora più rivoluzionaria sarebbe l’iniziativa di ridare un senso sociale alla pensione. Come protezione di un periodo finale della vita, in cui non possiamo più lavorare a pieno regime o affatto. Eliminiamo la difesa intoccabile di privilegi acquisiti, quel cumulo di diritti spropositati per coloro che già hanno conosciuto la fortuna di poter svolgere molti lavori e spesso prestigiosi. Dobbiamo anche fare a meno del privilegio di una pensione basata su calcoli anacronistici. Cosí come va anche ripensato il pieno importo per chi va a consumarla al di fuori del territorio nazionale in paesi dove il costo della vita sia nettamente inferiore. Il diritto alla pensione va cioè ripensato come subordinato ad una sua funzione sociale, e con criteri che livellino le disuguaglianze. Occorre liberare le risorse che vedono oggi il ragazzo che campa sulla pensione del nonno perché tutto il sistema economico si è inceppato, o che lo costringe ad andare all’estero perché quel nonno non ne ha abbastanza, e difficilmente tornerà. Se continuiamo in questo modo giochiamo in perdita su tutti i fronti.

Fini ha anche puntato il dito sulla spesa delle regioni. Dalla loro introduzione nel 75 il debito pubblico è esploso. E non ci sono nemmeno controlli adeguati ad impedire sprechi e altre malversazioni. Per non parlare dell’assurdità delle regioni a statuto speciale. La fretta di Renzi di riformare il Senato e renderlo espressione delle Regioni le ha chiuse in una roccaforte che sarà ancora più difficile espugnare. Se Senato delle Regioni deve avere un senso, che sia ripensato lo schema generale del governo, federale e locale. Una nuova Costituzione è d’obbligo. Non si può arrivare alla catastrofe per poi vedercela concessa da qualche nuovo padrone straniero, visibile o invisibile.

Fini a Mirabello si è non ufficialmente proposto come alternativa a Renzi, dandosi un anno di tempo per  ispirare e convogliare il volontariato politico in un nuovo viaggio di conquista, su sé stessi, sulle proprie delusioni a favore del desiderio innato e vitale di credere nella Destra che ancora non c’è, ma che è tangibile nella passione che ci guida, nel passato che ci anima e nel futuro che ci illumina. Quello che è certo, è che sia lui il punto di riferimento per ricomporre la diaspora della Destra e che lo porterà a diventare il prossimo Presidente del Consiglio.

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